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Racconto concesso da Andrea Pongetti,
tratto dal libro "Storie di Natale 2023" - Associazione Storia
Contemporanea -
Editore: Millesettecentonovantasette Edizioni
Quel Natale al “Mama”, come la prima volta
«Ma non c'è niente che sia per sempre […] E non è certo il tempo
quello che ti invecchia e ti fa morire».
È il 1999: Manuel Agnelli canta così nella canzone Non è per
sempre, una delle più celebri del suo gruppo, gli Afterhours. La
canta anche a Senigallia, al Mamamia, un già noto locale della
città che ha aperto da un paio di anni portando sulla Spiaggia
di Velluto quello che era quasi sempre mancato, un luogo di
ritrovo per giovani dove non soltanto ballare, ma anche
ascoltare, musica rock.
Ventenne, in quel periodo il sabato sera al Mamamia per me è un
appuntamento fisso, almeno nei mesi estivi: mai amante dei
luoghi da ballo, non di meno adoro la musica, studiandone anche
la storia più sconosciuta e di nicchia nei libri e nelle riviste
di settore, che acquisto fin dai tempi delle scuole medie.
Cultore degli anni Settanta, amati sia per la loro scena
musicale che cinematografica e in generale culturale, riconosco
tuttavia al rock italiano degli anni Novanta, nato come
indipendente in scantinati spesso di periferia, una qualità rara
e talenti non banali, che riportano la musica giovane (quando
ancora erano i giovani ad ascoltare rock…) al periodo d’oro del
progressive, nella prima metà degli anni Settanta, quando band
come Banco del Mutuo Soccorso, Premiata Forneria Marconi, New
Trolls, Le Orme, Area e tanti altri meno noti, avevano spazzato
via tanta polvere dalla melodia tricolore, proponendo testi e
musiche più vicine a quanto avveniva a livello internazionale:
il tutto, talvolta emulando fin troppo i maestri d’Oltremanica
ma più spesso segnalandosi per una originalità e identità tutta
nostrana. Basti pensare a una canzone come Cemento armato delle
Orme, anno di grazia 1971:
Cemento armato la grande città
Senti la vita che se ne va
Vicino a casa non si respira,
È sempre buio ci si dispera.
Ci son più sirene nell'aria
Che canti di usignoli.
E meglio fuggire e non tornare più.
Dolce risveglio il sole è con me.
Nell'aria le note di una chitarra.
La casa è lontana, gli amici di ieri,
È tutto svanito, non li ricordo più.
Cemento armato la grande città
Senti la vita che se ne va.
Ma questa è un’altra, pur affascinante, storia.
Torniamo al 1999, al rock tricolore di fine millennio e alla
possibilità, insolita per una città di provincia come
Senigallia, di ascoltarne i gruppi dal vivo, in un’epoca in cui
la musica la si può richiedere soltanto alla radio od acquistare
nei negozi specializzati, che da lì a qualche anno inizieranno a
scomparire.
La diffusione di massa di internet è però ancora di là da
venire.
Per la mia generazione, quelli sono gli anni dei live di Carmen
Consoli «confusa e felice», del «microchip emozionale» dei
Subsonica, della «paura del buio» degli Afterhours: sotto il
palco del giardino estivo del Mamamia, anzi del “Mama”, come lo
chiamavamo, o nella sala interna durante il periodo invernale.
Sarà così anche per le generazioni successive fino ad oggi,
nella quale però il rock è assai meno diffuso.
Ma per quella di mio fratello, sette anni più giovane di me, i
live del “Mama” restano un’occasione unica.
Forse è per questo che, attorno al Natale 2022, entrambi non
possiamo mancare alla grande serata per i 25 anni di apertura
del locale, che ormai, anche per motivi anagrafici, non
frequentiamo praticamente più da tempo: le proposte musicali
sono cambiate, noi siamo diventati grandi, i luoghi da ballo non
fanno forse più per noi e, nel caso di mio fratello residente
all’estero, i giorni in Italia sono pochissimi.
La memoria talvolta inganna: c’ero anche io a quel primo
concerto che diede il via a una lunga serie che prosegue fino ad
oggi?
Mi piace pensare di sì ma anche così non fosse ricordo
nitidamente la mia prima volta in quel locale, seduto in un
tavolo con amici: immagini confuse e indistinte che si mischiano
ad altre incredibilmente nitide a quasi tre decenni di distanza.
Volti in alcuni casi familiari mentre le situazioni della vita,
lo scorrere del tempo, hanno fatto sì che con altri ci si
allontanasse, fino a perdersi del tutto.
Non i ricordi, però, più forti della polvere del tempo.
Ad esibirsi fu Cristina Donà, cantautrice di nicchia, profonda e
sensibile, che vidi (o rividi) poi in concerto a San Costanzo
non molti anni dopo: era il 4 dicembre 1997.
Lunghissima la lista dei concerti successivi, in alcuni periodi
praticamente settimanali, che meritano di essere citati, per
testimoniare su carta quello che il Mamamia è stato per l’animo
di generazioni di giovani.
Nel 1997 vi suonarono anche i Diaframma (la cui iconica Siberia
racconta in maniera straordinaria disillusione, disperazione e
speranze degli anni ’80, 26 dicembre).
Nel 1998 ecco Tre Allegri Ragazzi Morti (23 gennaio), Yuppi Flu
(13 febbraio), gli statunitensi June of 44 (22 febbraio), per la
prima volta gli Afterhours (13 marzo), i Bluvertigo di un Morgan
non ancora personaggio mediatico (20 marzo), Ustmamò (4 aprile),
C.S.I. (17 aprile, l’inatteso successo di classifica del gruppo
alternativo per eccellenza fu la traccia proposta per un tema
dal mio docente del liceo nello stesso periodo), Ozric Tentacles
(Gran Bretagna, 26 aprile), i dissacranti Kurnalcool (17
maggio), Punkreas (24 luglio), ancora Afterhours (31 luglio),
Bandabardò (4 agosto), 99 Posse (9 agosto), Grandaddy (da
Modesto, California, 14 novembre), Blonde Redhead (11 dicembre),
oltre alla finale di Scorribande, manifestazione che ha permesso
di suonare per anni a decine di gruppi della zona, un’intuizione
impossibile da non rimpiangere.
Tanti di quei gruppi si sono esibiti pure al Mamamia, anche
aprendo i concerti a band di fama: ricordo tra questi
M.A.Z.C.A., Terapia Intensiva, Ogino Knaus, Dadamatto, The
Perfect Guardaroba, Ensenada, Momotag e la lista potrebbe
proseguire a lungo.
Nicola Mallucci, allora bassista dei Momotag che nel 2001
aprirono il concerto dei Tiromancino, riavvolge il nastro della
memoria, non nascondendo l’emozione:
«eravamo ventenni, suonavamo da un po’ – sottolinea – ma farlo a
casa propria era un’altra cosa.
Lo dico a distanza di anni senza alcuna presunzione ma per far
capire il clima che si respirava: noi suonavamo per passione,
come tutti, ma quella sera ci sentimmo delle star.
Ricordo la sala interna gremita con tanti amici e conoscenti
arrivati per il nostro concerto.
Ricordo i camerini, dove ti poteva capitare di parlare con le
star affermate che dovevamo esibirsi: mi successe proprio con
Manuel Agnelli.
Mi viene in mente anche il negozio di dischi e cd: che bello che
era! Oggi se vuoi ascoltare musica basta accendere un cellulare
ma allora trovare quel rock tutto assieme, in una sala negozio
così grande…
E soprattutto, era davvero emozionante vivere il palco del
Mamamia per noi ragazzi di allora, cresciuti provando gli
strumenti e le canzoni negli scantinati».
Nel 1999 ecco Marlene Kuntz (12 marzo), Negrita (22 aprile), Max
Gazzè (7 maggio), i soliti Afterhours (14 maggio), Carmen
Consoli (3 luglio), Subsonica (12 novembre), Modena City
Ramblers (19 novembre), gli immancabili Afterhours (26
novembre), Verdena (17 dicembre).
Artisti uniti da un destino comune: proprio grazie a locali
alternativi come il Mamamia e a riviste come «Rumore» il loro
seguito cresceva in quegli anni a dismisura, in una frenetica
attività dal vivo che li avrebbe portati più volte anche a
Senigallia: col tempo il loro successo, inizialmente di nicchia
e giovane, sarebbe arrivato alle masse, con partecipazione in
alcuni casi ad eventi nazional popolari come il festival di
Sanremo, pur generalmente senza perdere l’affetto e il sostegno
di quei giovani primi fans, ormai diventati adulti.
Nel 2000 al Mamamia, che nel frattempo si apriva sempre più ai
festival (oltre a Scorribande, pure Arezzo Wawe e poi il Summer
Jamboree), suonarono tra gli altri Massimo Volume (31 marzo),
Tuxedomoon (fondamentale gruppo sperimentale formatosi a San
Francisco nel 1977, 24 novembre), Prozac + (autori del
“tormentone” Acida, 30 dicembre); nel 2001 Elisa (16 marzo),
Samuele Bersani (13 aprile), Timoria (18 agosto), Lydia Lunch
(«Voglio essere umiliata se qualcosa di quello che faccio
diventasse un successo commerciale», dichiarò la cantante,
attrice e poetessa statunitense, 6 ottobre), Tiromancino (20
ottobre), gli scatenati spagnoli Ska-P (altri fedelissimi, 23
novembre), Napalm Death (alfieri britannici del sottogenere
grindcore, 15 dicembre).
Nel 2002 arrivano Litfiba (9 gennaio), Ark (dalla Svezia, la
loro It takes a fool to remain sane nel 2000 fu uno dei singoli
più venduti d’Europa, 23 febbraio), Francesco De Gregori (24
agosto), Chumbawamba (30 novembre), Vinicio Capossela (20
dicembre): i Chumbawamba, gruppo di simpatie anarchiche, duri
nei loro attacchi a Margaret Thatcher negli anni ’80, col
singolo Tubthumping nel 1997 arrivarono al numero 1 in Italia,
Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, entrando in classifica pure
in Norvegia, Svezia, Belgio, Germania, Svizzera, Austria,
Olanda, Gran Bretagna, Francia.
Nel 2003 giungono Nada Surf (indie rock newyorkese, 5 aprile),
Caparezza (8 novembre), Elio e Le Storie Tese (13 dicembre).
Quindi nel 2004 si segnalano i Baustelle (17 gennaio), i
divertenti Gem Boy (24 gennaio) e il grande attore teatrale
Marco Paolini – autore di un meraviglioso ed osannato spettacolo
tributo alle vittime del Vajont – che si esibisce con i Mercanti
di Liquore (30 gennaio).
Nel 2005 un altro gruppo Usa di culto, gli Agnostic Front, sono
sul palco interno del Mamamia poco prima del Natale, il 17
dicembre.
In quel periodo le mie frequentazioni hanno iniziato a
diradarsi: ci si avvicina rapidamente ai 30 anni, le uscite
serali non mancano ma si cambia abitudini anche se l’interesse
verso la musica dal vivo nel mio caso non si riduce, bensì
aumenta: quelli sono tuttavia anni dove assisto principalmente
alle esibizioni in grandi città di alcuni big di quello che per
me resta il decennio d’oro della musica, gli anni ’70.
Nel 2006 con la mia compagnia di amici i sabato sera al Mamamia
per «fare serata», stanno ormai diventando un ricordo: peccato,
perché in quell’anno il programma è particolarmente interessante
e vario (Offlaga Disco Pax, 28 gennaio, Luciano Ligabue. 22
febbraio, Ivano Fossati, 24 aprile, Francesco De Gregori, 29
aprile, Giovanni Lindo Ferretti, 13 maggio, Eels, 15 luglio,
Fabri Fibra, 11 novembre). Per la prima volta Fabrizio Tarducci,
in arte Fabri Fibra, si esibisce nella sua città, ma ricordo con
particolare piacere il concerto estivo degli Eels, gruppo indie
statunitense che mi riporta dopo qualche tempo, assieme a un
caro – anzi, al più caro – amico, sotto il palco del grande
giardino esterno.
Tra i tanti a tornare in più occasioni, anche Leeroy Thornhill,
già tastierista dei Prodigy, gruppo che ha contribuito in
maniera determinante a diffondere la cultura rave a livello
mediatico, ospitato per la prima volta il 28 luglio 2007.
Nel 2010 al Mamamia arriva per un concerto nostalgia niente meno
che Cristina D’Avena, regina indiscussa delle sigle dei cartoni
animati (22 maggio), mentre il 2011 si segnala per una proposta
molto varia: niente meno che i Bad Religion – storico gruppo
hardcore punk di Los Angeles fin dagli anni Settanta – il 9
agosto, anticipati da Giovanni Lindo Ferretti il 21 maggio (non
mancai, nonostante la svolta “destroide” dell’ex C.C.C.P. e
C.S.I. mi lasciasse non poco perplesso); quindi ancora il
cantautorato di De Gregori il 22 ottobre (di nuovo presente) e
il rap di Marracash non ancora all’apice della celebrità, il 26
novembre.
Tornai nel locale nel 2012 in due occasioni, a pochi giorni di
distanza dal Natale, ancora per due concerti di mio interesse:
mi coinvolsero la rabbia giovane delle Luci della Centrale
Elettrica il 6 gennaio, così come il cantautorato ironico di
Dente il 21 dello stesso mese mentre la stagione calda fece
arrivare J-Ax, già negli Articolo 31, il 16 giugno.
Quindi, mi presi una nuova lunga pausa dal locale, preferendo
concerti dei grandi del rock (tra gli altri Eagles, David
Gilmour, Roger Waters, Leonard Cohen, Bob Dylan) fuori città
alla proposta di un locale dove il genere aveva meno spazio di
un tempo; o forse semplicemente il Mamamia, locale per giovani
fin dagli esordi (e quanto ne avevamo bisogno, quando i giovani
eravamo noi…) si rivolgeva ormai ad una generazione troppo
lontana dalla mia, pur non smettendo di attirare nomi di grido:
nel 2015 suonarono Fedez il 25 luglio e i Verdena il 12
settembre, nel 2017 Le Luci della Centrale Elettrica l’8 aprile
(grazie ai quali tornai dopo circa cinque anni) e Alvaro Soler,
in gran voga in quell’estate con, tra le altre, Sofia, il 12
agosto.
Nel 2018 arrivano Frankie Hi-Nrg (presente, 27 gennaio), un
Achille Lauro ancora pre-sanremese (7 luglio) e i Maneskin che
poco dopo avrebbero raggiunto un successo planetario, l’11
novembre.
Ancora una lunga assenza e rieccomi nel locale dopo quasi cinque
anni, nel 2022, in ben tre serate, come non accadeva da tempo:
l’occasione è data dal ritorno di tre mostri sacri del rock
italiano degli anni Novanta e dunque della mia giovinezza, con i
Subsonica ad esibirsi il 6 giugno, precedendo i Verdena il 24
novembre e quindi Manuel Agnelli il 17 dicembre.
Né Subsonica né Verdena sono tra i miei gruppi preferiti ma la
circostanza è troppo ghiotta per non approfittarne: per una
sera, mi trovo circondato da tanti coetanei, abituali
frequentatori del locale ai suoi esordi ed ormai diventati
mariti e padri.
Una piacevole serata revival non soltanto per me.
L’apice viene però raggiunto proprio a pochi giorni dal Natale
dello scorso anno (2022), col concerto di Manuel Agnelli.
Il cantante e storico frontman degli Afterhours, come si è visto
per la prima volta al Mamamia ben 24 anni prima, di strada ne ha
fatta da quelle prime esibizioni col suo gruppo: ha superato i
50 anni da un pezzo, è diventato produttore discografico
affermato e personaggio televisivo riconosciuto, grazie alla
presenza – che ancora oggi lascia perplessi almeno alcuni dei
suoi fans di vecchia data – come giudice al talent show
X-Factor, esempio concreto di come nell’era televisiva e
virtuale non solo la fruizione, ma pure la diffusione della
musica stia cambiando.
Non solo: il fondatore degli Afterhours ha prestato la voce a
Caravaggio in un film vincitore del Globo d’Oro, è stato tra gli
autori di un programma televisivo (Ossigeno), ha ricevuto premi
di prestigio (Tenco, Mia Martini), partecipato a Sanremo a
fianco dei Maneskin portando però sul palco ligure Amandoti dei
C.C.C.P., in un incontro generazionale tra vecchio e nuovo rock
tricolore; ha inoltre scritto libri e partecipato a film come
attore.
Al sottoscritto, mio fratello e credo a tutti gli over 30 e 40
presenti al “Mama” nella serata del 17 dicembre tuttavia questo
poco interessa. Si tratta di un’opportunità per tornare in un
luogo che aveva segnato la nostra gioventù, per assistere a un
live di un artista con il quale eravamo cresciuti, proprio in
quel locale.
Impressiona pensare che siano passati ben 25 anni da quel
concerto di Cristina Donà del 4 dicembre 1997.
Scrive la stampa nell’annunciare con enfasi l’evento per i 25
anni e il concerto di Manuel Agnelli:
Quando il Mamamia arrivò in città nel 1997, ai molti rockettari
delle Marche è sembrato il sogno diventato realtà. Niente più
trasferte in Romagna per arrivare allo Slego o al Velvet ed
assistere ai concerti del momento. Finalmente c’era un palco più
vicino sotto il quale potersi scatenare. Il fondatore, nonché
direttore artistico, dj e architetto che l’ha progettato, è
Gilberto Mancini. Figura storica nel panorama dei promoter
locali, Gilberto tornerà di nuovo in consolle domani sera per
festeggiare i 25 anni di attività del rock club più longevo del
centro Italia. Ma i riflettori saranno tutti per Manuel Agnelli.
Il giudice di X-Factor, e frontman degli Afterhours, è atteso
sul palco del Mama alle 22,30 di domani sera (sabato 17
dicembre).
Senza uno stile da rocker e con la banale normalità che mi
contraddistingueva negli anni Novanta, non di meno anche io ero
tra quei rocker.
E lo sono ancora.
La serata si rivelò molto piacevole. Decisamente apprezzabili le
canzoni dell’Agnelli solista con un album appena pubblicato ma
che avevo volutamente ascoltato più volte prima di assistere al
live, ma emozione forte e autentica nell’abbracciare mio
fratello sullo sfondo di canzoni simbolo degli Afterhours come
Ballata per la mia piccola iena, Voglio una pelle splendida,
Quello che non c’è, Non è per sempre.
Già, «non c’è niente che sia per sempre» e la consapevolezza che
anche quella serata che ci ricordava un passato spensierato, con
tanto di pogate nel post concerto in mezzo alla pista come al
tempo dei vent’anni, allo stesso modo non lo sarebbe stata, non
è mai mancata.
Quella sera però, mentre le luci del Natale ravvivavano già un
po’ una città gelata nella temperatura e nell’anima, a soli tre
mesi dall’ennesima drammatica alluvione, ci sembrò che il tempo
si fosse fermato a quel concerto di Cristina Donà del 1997 e
alla gioia della nostra gioventù di rocker i quali con sorpresa
scoprivano che per ascoltare la musica amata non c’era bisogno
di spostarsi fino a Rimini o Bologna.
Era sufficiente prendere una bici, percorrere al buio le insidie
della “strada de mezzo”, fare la fila al “Mama” e scatenarsi
senza vergogna.
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